Opinel (fr.)
Adozioni inconsapevoli | 5.3.2026
Lingua che vai, dizionario che trovi. Ma i dizionari, si sa, non bastano per far vivere le parole. Sta a noi umani trovare modi per farle interagire le une con le altre, nel modo più armonioso possibile. Il dizionario di Mamma Babel è la newsletter che rispecchia questa prospettiva sul mondo, una parola alla volta.
Buona lettura!
Non avrei mai immaginato di inserire il nome di una marca di coltelli nel Dizionario di Mamma Babel. In uno spazio che intende creare armonia con le parole, non desidero certo dare un posto a ciò che può ferire.
Il coltello, però, è un oggetto ambiguo. Può essere considerato un’arma che usiamo tutti i giorni come utensile da cucina, oppure una necessaria estensione delle mani, un artiglio che dobbiamo imparare a gestire al meglio affinché non si converta in un’arma.
Il confine tra i due utilizzi dipende da quanto in noi è radicata la consapevolezza di questa distinzione. Ci ho pensato da poco quando Céline, una mia alunna, mi ha raccontato di essere stata fermata all’ingresso del Louvre perché aveva un Opinel nel suo zaino.
Per chi non lo sapesse, Opinel, azienda francese fondata in Savoia da Joseph Opinel nel 1890, fabbrica diversi tipi di coltelli, ma l’Opinel per eccellenza è uno specifico modello tascabile ormai noto in tutto il mondo come le couteau français, the french knife, selezionato dal Victoria and Albert Museum di Londra come uno dei 100 oggetti più belli del mondo e parte della collezione del MoMa di New York.

Quel giorno avevo appena scritto alla lavagna l’espressione “sentirsi a proprio agio” e Céline se ne è appropriata immediatamente per inserirla nella sua narrazione:
« Vengo dalla Savoia, e per noi avere un Opinel è normale. Però, quando me lo hanno sequestrato, mi sono sentita… non a mio agio ». La sua sincerità era talmente disarmante che mi è venuto da sorridere anche se, dentro me, pensavo che ci avrebbe comunque potuto pensare prima, cavolo. A chi viene in mente di girare con un Opinel nella borsa?
La mia saccenza interiore è durata solo qualche secondo, prima di scontrarsi con una constatazione altrettanto disarmante:
« Pure io giro con un Opinel ».
Questo coltello è il fedele compagno di viaggio di tutte le nostre gite fuori porta e dei nostri frequenti spostamenti tra Francia, Italia e Spagna, pronto a sbucciare frutta e tagliare pane, formaggio e salumi, la soluzione rapida per aprire ostinati opercoli di plastica e bucare pacchetti di cartone. A volte l’ho ritrovato in borsa perché mi ero scordata di riporlo nel cassetto al rientro da qualche escursione. Chissà, forse l’ho anche portato con me in luoghi in cui era vietato, senza saperlo. Mi sono resa conto che a casa, non so come, ne abbiamo ben quattro, comprati da me e mio marito in un passato indefinito, qualcuno forse preso inavvertitamente durante qualche picnic collettivo e mai restituito.
L’altro giorno mio figlio D. li ha messi in fila sul tavolo della cucina, in ordine di grandezza, e ha deciso che il suo è quello piccolo, “tanto ne abbiamo uno a testa”.
Per quanti anni ho ignorato di aver adottato un oggetto nuovo, una nuova abitudine e, di conseguenza, una nuova parola?
Potrà sembrare una questione irrilevante, eppure a me fa un certo effetto. Probabilmente perché sono originaria della Sardegna, un’isola in cui il coltello tascabile, noto anche come “pattadese”, è associato alla tradizione pastorale e, purtroppo, anche al banditismo. Oggi è diventato una delle icone dell’artigianato sardo. Non credo sia esposto al Moma di New York (perché no?), ma il suo percorso è simile a quello dell’Opinel, da strumento utile e potenzialmente letale, a un oggetto da collezione.
Nel mio immaginario d’infanzia, il coltello a serramanico era solo un oggetto da cui bisognava stare alla larga. Ricordo ancora una gita fatta da ragazza alla Giara di Gesturi, dove un pastore ci aveva fatto da guida, e ho ancora stampato in mente il suo sorriso sornione, quando aveva tirato fuori dalla tasca dei pantaloni una pattadese e con un taglio netto aveva aperto in due lo stomaco di un capretto che conteneva il caglio ottenuto dal latte materno. Ce lo aveva fatto assaggiare, porgendoci sulla punta del coltello delle piccole quantità di quella crema dal gusto che non dimenticherò. C’era un certo godimento, nei suoi occhi, nel vedere le nostre facce di visitatori pagu bessiusu (in sardo campidanese “usciti poco”) dal loro microcosmo cittadino e benpensante, scioccati e curiosi di fronte a questo gesto selvaggio e, per alcuni di noi, barbaro. Lui, perfettamente a suo agio nel proprio territorio, si prendeva un po’ gioco di noi. Lo scintillio dei suoi occhi verdi, sul viso arrossato dal sole e da qualche sorso di vino di troppo, emanava un senso di rivincita.
Quel coltello non era molto diverso da un Opinel, ma a quell’epoca, per me, era un oggetto di un altro mondo.
Rifletto sul fatto che cambiare contesto, trasferirmi in un altro paese, mi ha portato non solo ad adottare nuove abitudini, ma anche a portare l’attenzione al mio luogo d’origine, rivedendo dettagli che credevo di aver dimenticato.
Qualche settimana dopo il racconto di Céline, in un’altra delle mie classi di conversazione di italiano, parlavamo di mare e pescatori, e uno dei partecipanti, Robert, se n’è uscito così: « Da giovane, una volta, sono andato a pescare con un amico che pretendeva di uccidere un’anguilla con un Opinel. Il risultato è stato che si è tagliato la mano perché all’epoca gli Opinel non avevano la ghiera con il sistema di sicurezza ».
Ho pensato che il confine sicuro tra i possibili utilizzi del coltello, a quanto pare, non dipende dall’età di chi lo usa.
La consapevolezza non è qualcosa che si sviluppa automaticamente con gli anni, ma possiamo allenarla con poco, prestando attenzione alle parole che leggiamo, e curando quelle che usiamo. Una alla volta.
Comunque ho provato una certa soddisfazione nel pensare che avevo capito il racconto di Robert senza bisogno di chiedere che cosa fosse questo “opinel”. Tra me e me ho rivisto il sorriso sornione del pastore, icona di un savoir faire in via di estinzione. Decisamente, questo Opinel, dovevo inserirlo nel Dizionario di Mamma Babel.
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Mi chiamo Federica Tummillo e sono insegnante di italiano per stranieri e redattrice free lance. Dopo quattro anni nell’editoria in Italia e quindici nella ricerca e l’insegnamento dell’italiano all’università in Francia, ho deciso di lavorare come freelance. Tengo dei laboratori di lingua italiana attraverso le pratiche teatrali a Grenoble, intitolati “L’italiano ad alta voce”. Mi trovate anche su LinkedIne, sul mio sito web e su Instagram.
Per proposte di collaborazione, potete contattarmi via mail: federica.tummillo@gmail.com






Avrebbe rischiato addirittura una strage di capretti il pastore sardo nella Francia della mia infanzia dove l'Opinel faceva parte dell'attrezzatura di base dei lupetti! ;-)
Bonjour Federica,
Alex